Archivio per la categoria ‘Documen(di)ario – Racconti d’artista’

Conoscere Serge Uberti e condividere uno dei cortili più suggestivi di Trastevere è una fortuna che è difficile spiegare in poche righe; quello che in questo momento mi è più chiaro è la sensazione di avere a che fare con una saggezza che interessa coerentemente tanto la vita quanto l’attività di artista, perché l’una è indissolubilmente parte e specchio dell’altra. Lo osservo innanzitutto scandire la sua giornata con ritmo e gesti ripetitivi e sapientemente dosati, che rivelano la consapevolezza del tempo, il tempo giusto del lavoro, della pausa, del riposo, dell’intimità domestica preziosamente custodita. Tasselli che, tutti insieme, fanno di ogni giorno una realtà così perfetta da potere anche essere l’ultima, mi ha spiegato una volta. Il tempo del dipingere di Serge, poi, è a sua volta scandito da un tempo più alto, quello della natura, che nella sua imprevedibilità metereologica condiziona l’andamento del suo lavoro. Perché Serge come un contadino, o meglio, come un giardiniere, lavora all’aperto, e lascia lavorare le sue opere dalle intemperie. Così a ben guardare sembra che prendano significato i personaggi delle opere di Serge. Costruiscono, si riposano, si purificano, vegliano, testimoniano. Muoiono. In una ciclicità che dà senso alla ripetizione, che pure non rende mai un’opera uguale ad un’altra. (altro…)

Annunci

Noi pensiamo di essere i primi, i primi qui presenti per inaugurare questa mostra di Annie Schoterman. Ma ci sbagliamo. Stanotte la mostra è già stata inaugurata da una schiera di uomini, scesi uno per uno dalle scale lì in fondo. Certo, perché loro hanno accolto questa installazione come la chiamata tanto attesa per finalmente rientrare nella loro chiesa. Non vi sto raccontando una favola. No, vi dico la santa verità. Una verità, un segnale che viene da lontano. Captarla richiede un nostro ritorno al passato.
In origine questo edificio sorgeva ai piedi del Campidoglio, accanto alla scalinata che porta a Santa Maria in Aracoeli. Si chiamava San Biagio in Mercatello e fu costruito nell’alto medioevo, probabilmente su incarico della famiglia Boccabella. Medio seicento fu restaurato e rimodernato dall’architetto Carlo Fontana. Fu poi affidato ad una confraternita di immigrati a Roma. Immigrati come tanti altri forestieri e stranieri. Forestieri da altre parti della penisola e stranieri transalpini, tutti visti come non-romani.
I membri della confraternita alla quale era affidata la rinnovata chiesa di San Biagio venivano da Cascia, vicino a Spoleto. In realtà loro rappresentavano l’intera colonia di immigrati casciani a Roma, che si riuniva in San Biagio. Al centro della loro devozione stava la santa viva Rita da Cascia. Santa viva, perché già considerata santa durante la sua (altro…)

La fotografia ci può aiutare a pensare in modo diverso e a scoprire tempi e luoghi che non è dato percepire ad occhio nudo. È questa la grande lezione di Luigi Ghirri, un maestro per Jacopo Benci. A entrambi piace fotografare nei giardini “spazi preparati al vivere nella magia della luce del giorno, per la contemplazione o per il gioco, per l’incontro o per la solitudine, per la quiete o per il movimento, per il mistero della natura o per la non meno misteriosa ingegnosità dell’uomo”, scriveva Ghirri nel 1988, presentando la mostra Giardini in Europa. (altro…)

Incontro Sergio Ragalzi e Paolo Grassino nella Sala Santa Rita, chiesa barocca sconsacrata che sorge ai piedi del Campidoglio. L’occasione è quella della mostra “La paura dell’altro”, un progetto della Galleria Delloro, che fa dialogare cinque tele di Sergio Ragalzi (dalla serie delle “Scimmie”) con una scultura-installazione di Paolo Grassino (Quando il lavoro entra dentro). Varcando l’atrio della chiesa ho una visione: sull’altare originale, una grande scimmia bianca emerge dal nero della tela, issata a mo’ di pala d’altare, mentre un uomo di cemento, in piedi al centro della navata, si rivolge a lei. Il corpo della statua di Grassino è trafitto da fili elettrici collegati a lampadine: le luci che emergono dal petto e dal viso sono accese quasi a voler illuminare l’icona di scimmia che si staglia davanti a lui, mentre i cavi elettrici si accumulano a decine alle sue spalle in un groviglio di fili intrecciati. (altro…)